Nonostante i miglioramenti apportati agli aiuti alle imprese, è necessario evidenziare nuovamente le incongruenze degli stessi e provare a chiarire i contorni di un sistema sempre più complesso.
Quando il Consiglio federale ha annunciato le ultime misure a favore di tutti gli indipendenti molti, compresi noi, abbiamo pensato che fossero finalmente stati apportati i miglioramenti necessari per sostenere gli imprenditori delle PMI. Ma invece di trovarsi di fronte a una soluzione globale, coerente e soprattutto soddisfacente, ci ritroviamo ora in una situazione sfortunatamente ancor più confusa e con un numero maggiore di differenze e disparità all’interno del sistema degli aiuti pubblici.
Torniamo indietro: a fronte delle pressioni pubbliche il Consiglio federale il 16 aprile 2020 ha adattato il sistema di aiuti suddiviso in quattro categorie, di cui avevamo già discusso (1), annunciando un ulteriore aiuto generalizzato agli indipendenti con un reddito medio annuo tra i CHF 10’000.- e CHF 90’000.-.
Dopo un primo sentimento di soddisfazione per l’annuncio dei nuovi aiuti per gli indipendenti non colpiti da ordini di chiusura, ci si è resi subito conto che invece di armonizzare e correggere le disparità di trattamento veniva di fatto introdotta una quinta categoria di indennità con dei limiti arbitrari.
Cosa sta accadendo al dibattito pubblico?
Il Consiglio federale ha scelto un complesso sistema di aiuti per categorie che mal si concilia con il motto svizzero “unus pro omnibus, omnes pro uno” (uno per tutti, tutti per uno), ricordatoci dall’onorevole Ignazio Cassis nella conferenza stampa tenutasi a Bellinzona qualche settimana fa.
In effetti, in questo mosaico di categorie e di soglie di difficile comprensione anche per gli addetti ai lavori, il dibattito pubblico sul disagio economico delle PMI sembra essere stagnante, a tal punto che nessuno sembra più sapere se ci siano o meno nuovi interventi all’orizzonte. Una questione però è evidente: le differenze negli aiuti agli imprenditori sembrano oggi dipendere, arbitrariamente, dalla scelta della forma giuridica adottata dai singoli per fare impresa.
Prendiamo il classico esempio, abusato nelle ultime settimane, del parrucchiere colpito da ordine di chiusura dal reddito mensile di CHF 6’000.- al mese (poco più del salario mediano ticinese che si assesta a CHF 5’363.-). Se gestisce la sua attività per il tramite di una persona giuridica (SA o SAGL), egli versa ogni mese il 2.2% del suo salario quale contributo all’assicurazione disoccupazione e, da quando è entrato in vigore l’ordine di chiusura, riceve un’indennità di CHF 3’320.-. Poco più della metà del suo stipendio.
Supponiamo invece che il suo collega di formazione, anch’egli parrucchiere, abbia deciso, a suo tempo, di svolgere la sua attività come indipendente. Egli, da indipendente, non avrà mai contribuito all’assicurazione disoccupazione e malgrado abbia lo stesso reddito di CHF 6’000.- del suo collega, con le chiusure causate dal COVID 19, avrà diritto a un’indennità mensile di 4’800.- franchi (80% del suo reddito). Vale a dire quasi CHF 1’500.- in più del suo collega che paga oltretutto tuttora i contributi sul suo salario di CHF 6’000.-.
Ci domandiamo seriamente quale sia la logica alla base di questa disparità di trattamento.
Troppe e troppo palesi le differenze
Ma non finisce qua: prendiamo ora il caso di un ristoratore la cui attività quale indipendente prima della crisi generava un reddito di CHF 8’000.- al mese. A seguito dell’ordine di chiusura per pandemia questo imprenditore riceve un’indennità di CHF 5’880.- al mese. Ricordiamo che non esiste nessuna soglia per le attività soggette ad ordine di chiusura. Il suo migliore amico invece distribuisce bibite ed i suoi clienti, storicamente, sono esclusivamente ristoratori, oggi bloccati dall’ordine di chiusura; egli si ritrova pertanto con il fatturato praticamente azzerato, come il suo cliente ed amico esercente. Prima della crisi guadagnava quanto il ristoratore, ma purtroppo non riceverà nessun aiuto in quanto la sua attività non compare nella lista delle professioni soggette ad ordine di chiusura ed il suo reddito si trova appena sopra alla soglia di CHF 7’500.- (CHF 90’000.- annui) fissata dal Consiglio federale.
Questo imprenditore, che guadagna non molto di più del salario mediano (non stiamo perciò parlando dei ricchi e privilegiati manager o imprenditori, ma bensì della classe media tanto amata dai nostri politici) non riceverà nemmeno un franco d’indennità. Se questo piccolo imprenditore avesse guadagnato CHF 500.- di meno, avrebbe beneficiato anche lui di CHF 5’880.- al mese.
Gioie e dolori del sistema a soglie.
È evidente per tutti che è necessario fissare dei tetti massimi, ma perché escludere del tutto un imprenditore che ha la sfortuna di guadagnare anche solo un franco in più della fatidica soglia? Non era possibile definire un modello scalare? Perché per gli indipendenti soggetti a decisione di chiusura non sono state applicate soglie? Anche qui non ci resta che esprimere le nostre perplessità.
Per quanto riguarda gli indipendenti vanno anche segnalati alcuni dubbi in merito al sistema di calcolo utilizzato per determinare l’indennità. L’ordinanza prevede che la stessa ammonti “all’80 per cento del reddito medio dell’attività lucrativa conseguito prima dell’inizio del diritto all’indennità”. L’opuscolo informativo pubblicato dal Centro d’informazione AVS/AI, in collaborazione con l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali, afferma invece che per stabilire l’indennità fa stato la più attuale decisione di fissazione dei contributi. Siamo anche informati che sarà in seguito irrilevante se la base di questa decisione sia provvisoria o definitiva e che di conseguenza, anche il successivo adeguamento del reddito dell’attività lucrativa definitiva non inciderà in alcun modo sull’indennità. Siamo scettici sul fatto che questa metodologia rispecchi la volontà del legislatore. Comprendiamo le difficoltà pratiche nel calcolare il reddito medio determinante, ma la base di calcolo per la fissazione gli acconti non corrisponde a nostro avviso al reddito medio conseguito prima della pandemia, che perlomeno andrebbe ponderato sugli ultimi redditi effettivi e definitivi degli ultimi anni. Siamo convinti che sia possibile trovare una soluzione per avvicinarsi in maniera più corretta ai redditi effettivi degli indipendenti. Questa soluzione, e le indennità ricevute dagli indipendenti lo dimostrano, è del tutto insoddisfacente.
I principi giuridici
Riteniamo anche noi, come altri colleghi, che questo sistema viola diversi principi fondamentali che sono normalmente applicati in uno Stato di diritto.
Questa grandissima distinzione e differenziazione tra le diverse categorie spiegate nel presente articolo e gli effetti che ne derivano non sono di certo conciliabili con i principi di uguaglianza, di parità di trattamento e con il divieto di arbitrarietà.
Riteniamo necessario innescare un dibattito politico su questi temi, in modo da trovare delle soluzioni immediate che possano sostenere l’economia. Le soluzioni ci sono e l’operato di alcuni Cantoni (Vallese e Ginevra) che hanno colmato alcune delle disparità esposte qui sopra lo dimostra. Abbiamo però dei forti dubbi che Berna cercherà di rimediare a queste disparità e che in alternativa il Canton Ticino abbia le capacità economiche per imitare i cantoni romandi.
Joel Scolari, SFO Partners Lugano SA
Avv. Rupen Nacaroglu, Fiduciaria Bernasconi SA
Fonte : https://www.letemps.ch/economie/suisse-compte-desormais-cinq-categories-chomeurs